Una giornata di mezza estate

Oggi 26 gradi, all’ora di pranzo un cielo basso e nero, pioggia a seguire: respiro di sollievo in ufficio, dove le vetrate a sud e l’assenza di condizionamento sono causa di un effetto serra tangibile. Alleviamo piante tropicali, sfoggiamo maniche corte in pieno inverno, stiamo con le finestre aperte ogni volta che c’è il sole anche se fuori c’è meno sei, sovrappensiero cerchiamo le palme fuori dalla finestra prima di ricordarci dove siamo. E in estate, quando c’è il sole, ci liquefacciamo impietosamente, come al Cairo, ma in Lussemburgo.

Dopo la pioggia il cielo si è aperto, il vento non ha più compensato l’umidità, e si è fatto giorno. Alle sei di sera.
E’ ancora giorno. Alle nove e quaranta.
Sono riuscita a fare la spesa prima della chiusura dei negozi, grazie al fatto che oggi è venerdì, e chiudono mezz’ora più tardi. Di solito mi ritrovo a fare la spesa dopo la chiusura dei negozi: cioè nell’unico supermercato che chiude anarchicamente alle otto di sera, e vicino al quale strategicamente abito. Altrimenti le diciotto sono l’ora del coprifuoco, la città si svuota, i treni portano via una buona metà della popolazione diurna, l’altra metà a casa.
Qualcuno al ristorante, qualcuno si attarda al lavoro, spesso italiani o spagnoli col fuso orario ancora non aggiornato. E’ il jet-leg dei nuovi arrivati. Ma stasera niente vita sociale, niente straordinari al lavoro, stasera spesa nella mezz’ora di bonus gentilmente concessa il venerdì e a casa.

Tra poco si parte, si torna in Italia per le ferie, per il mare, per il sole, ma quest’anno sono preoccupata. Reggerò il caldo? L’afa? La gente in campeggio che fa casino fino a mezzanotte? L’ombrellone che perfetti sconosciuti pianteranno a dieci centimetri dal nostro? E chi sono io veramente?
La me di prima si fa sempre più estranea e remota: una che a luglio camminava sul marciapiede al sole nel centro di Roma all’ora di pranzo, che si pigiava in metropolitane stracolme e sudate uscendone appiccicaticcia e stropicciata, che baciava sulle guance e mano sulla spalla gente mai vista prima, che fingeva di tollerare il vicino chiassoso al mare: ecco, solo questa finzione è rimasta la stessa. Per il resto, temperature più rispettose dell’equilibrio psicofisico, una certa distanza tra corpi estranei, la buona educazione del parlare senza urlare, la tranquillità del dopocena, mi si sono cucite addosso come un nuovo abito che non avevi mai provato prima e ti sta sorprendentemente bene, o come un brutto vizio, che una volta preso è difficile perdere.

Guardo il cassettone su cui accumulo le cose da portare, immagino valigie, calcolo pesi specifici, ripasso regole di imbarco, e mi interrogo. Chi sono, chi ero, chi sto diventando, quanto di quello che faccio continuo a farlo per abitudine ma non mi appartiene più, cosa vorrei fare che ancora non so di voler fare.

Stai a vedere che l’anno prossimo vado al mare in Belgio, con i pantaloni lunghi e il k-way

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