Francesco, dove sei?

Mi manca Francesco.
Se sapessi dov’è, lo raggiungerei.
Ma mi ha lasciato, senza lasciar detto niente, o forse non me l’hanno voluto riferire, che cambia? Lo immagino a Londra, a fare una folgorante carriera. O forse ha solo trovato un posto migliore in qualche parrucchiere di lusso del centro di Roma. Fatto sta che quando io sono andata, prima di partire, ormai più di tre anni fa, dal mio solito bugigattolo di parrucchiere a San Lorenzo, lui non c’era più.

Il mio bravo, spettacolare, talentuoso parrucchiere. Altro che la fata madrina di Cenerentola e la sua zucca: lui era capace di trasformare un cespo di lattuga in un bouquet da matrimonio reale, o se preferite quattro spaghetti scotti in una lasagna appetitosa, sapeva trasformare un caschetto in un’acconciatura, una frangetta sparuta in qualcosa all’ultima moda, insomma lui con le forbici in mano non faceva paura, faceva sognare.

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Lì per lì, non ci sono rimasta male. A 25 anni, vuoi non essere contenta che abbia trovato la sua strada? Che il bugigattolo non fosse adeguato a lui, era evidente. E poi, io, tanto, dovevo partire, andarmene, mica avevo intenzione di tornare a Roma ogni volta che dovevo tagliarmi i capelli. Oltre che scomodo, mi sarebbe anche costato un patrimonio. Ti pare che non trovo un bravo parrucchiere a Lussemburgo?

Intanto, in tre anni, il patrimonio l’ho speso. Ho testato una ventina di parrucchieri/e. Spesso due alla volta: nel senso che il giorno dopo tentavo da un altro di rimediare ai danni del precedente. Sono sempre tornata a casa con le mani nei capelli: per la disperazione, certo, ma anche per nascondere il disastro. In compenso, ho messo su una meravigliosa collezione di cappelli.

All’inizio sono andata a caso. Poi ho cominciato a raccogliere informazioni, scartare quelli di cui ricevo racconti sull’orlo delle lacrime. A sbirciare le signore che uscivano dai saloni. Un paio di volte ho anche fermato qualcuna per strada per chiedere dove avesse tagliato i capelli. Parigi, e un generico “Spagna”, sono state le deludenti risposte. Ho collezionato tre ottimi indirizzi di parrucchieri, romani però. Avevo pensato di capitolare, poi mi sono detta che no, era una questione di principio, non potevo mollare. Tanto ormai, al mio nuovo look “ho incontrato un paio di forbici impazzite” mi ci sto abituando…

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Così, sabato scorso, marito a casa con figli e amichetti dei figli, neve graziosamente svolazzante nell’aria (per la serie: se torno a casa col cappello nessuno ci farà caso), decido di provare l’ennesimo parrucchiere. Ho prenotato un mese prima, in uno dei saloni di coiffure più “in” del centro città, specificando nome e cognome del tizio che stando a una collega da poco interpellata è l’unico in tutto il territorio granducale che sa quel che fa.
Non che il sapere cosa si faccia sia necessariamente sinonimo di bravura, voglio dire: se mi metto a cucinare io so esattamente cosa sto facendo, e so già che il risultato farà schifo, e infatti, siccome so quel che faccio, io suggerisco sempre ai miei commensali di ordinare una pizza. Invece questo parrucchiere che sa quel che fa si fa pagare profumatamente per fare quel che sa.
Dunque i casi sono due: o io sono più onesta di lui, o lui è più bravo di me. Nel dubbio, dovevo provare.

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Vengo accolta da una signorina in camice bianco e voce flautata che mi chiede se ho un appuntamento. Declinate le mie generalità, una seconda flautata voce di signorina mi invita a sbarazzarmi del mio cappotto, sciarpa, pile, guanti… mentre io con la grazia di un elefante mi libero di tutto il mio armamentario e tentando di aiutare la signorina (per altro padronissima della situazione, cioè della stampella) non faccio che rendere ancora più evidente la mia goffaggine, la signorina non fa che modulare nel più musicale dei francesi una serie apparentemente inesauribile di ringraziamenti e scuse. Dopo di che e scusandosi nuovamente mi accompagna ad una poltrona, dove mi prega di accomodarmi, e si allontana salutandomi praticamente con un inchino. Seguono, sempre flautate e cerimoniose: una signorina che mi porta delle riviste e si scusa per l’attesa, una che mi chiede se voglio ordinare qualcosa, un caffè un’acqua una tisana, e si scusa per il fatto che io no grazie non voglio niente, e infine un’ultima damigella che mi chiede il permesso se non l’onore di aiutarmi a infilare il camice bianco innescando un balletto giapponese di scuse reciproche mentre cerca di far passare intorno a me un’immacolata cintina senza abbracciarmi e senza al contempo farsi aiutare da me, dovessero rovinarmisi le unghie al contatto con del vile cotone. Poi scusandosi e ringraziandomi ancora mi invita a rimettermi seduta.
Prossima al coma diabetico, e indecisa tra il pianto e il riso, comunque entrambi isterici, vedo finalmente avvicinarsi un essere umano maschile e senza camice, che si rivelerà essere colui che sa quel che fa.
Magro, capello perfetto, mani eleganti, gomiti sempre aderenti al corpo, cammina senza fare rumore in scarpe di cuoio strette che mi chiedo come fa a starci dentro tutto il giorno, e prevedibilmente sfodera anche lui una flautata e musicale voce, con la quale concorda con me che i miei capelli hanno bisogno di aiuto.

Come dire di no a tutte quelle note svolazzanti che neanche Cenerentola (di nuovo!) con gli uccellini, quando mi propone di fare anche il colore? Basta, rischio il tutto per tutto, vada anche per il colore.

Ma prima il taglio, perché l’esperta del colore deve poter calibrare la tinta sul tipo di taglio. Quindi mi chiede di seguirlo e mi fa accomodare su un’altra poltrona, dove ci raggiunge la brutta copia di un modello di Calvin Klein che si presenta come l’addetto allo shampoo, che concorda con colui che sa quello che fa lo shampoo più adatto ai miei distratti capelli, le cui ciocche toccano entrambi compassionevoli.
Poi si allontanano, mentre una signorina (una di quelle di prima? Non lo so, ma sono tantissime, e tutte si premurano di salutare ogni cliente con l’affetto e la riconoscenza di un vecchio amico che ti aveva perso di vista e si preoccupava per te) una signorina dicevo scusandosi e ringraziandomi mi prega zufolando di seguirla al bac à shampooing, dove mi fa sedere, mi avverte che disinfetta il bordo del lavandino, lo copre con un morbido panno carta, mi invita ad appoggiarmici e mi chiede se gradisco la funzione massaggiante della poltrona che nel frattempo si sta inclinando in posizione sdraiata con tanto di poggiapiedi. Mi degno di accondiscendere all’accensione della funzione massaggiante, e comincio a pregare che ci impieghino almeno trenta minuti a lavarmi i capelli, magari in silenzio.
Che goduria.
Certo che la scuso mentre si allontana 4 secondi 4. Si l’acqua va bene, no non è troppo calda e no non è troppo fredda, ho detto che va bene, no, si figuri, sono io che ringrazio lei, si, grazie di avermi avvertito che adesso procederà al risciacquo, si figuri che l’acqua va ancora bene, anzi no, sa che le dico, un pochino più fredda sarebbe meglio, ma un niente appena sa? Si figuri, certo che la scuso, magari la prossima volta facciamo tutto in anestesia completa e non se ne parla più, eh?

Capelli lavati, tamponati, inturbantati, rinuncio all’identificazione della voce armoniosa e svenevole che mi riaccompagna alla poltrona, e finalmente arrivo al punto più temuto: le forbici.

Ebbene, nulla di comparabile a Francesco (dove sei?), ma colui che sa quel che fa effettivamente sa quel che fa, nel senso che conosce il fatto suo. Nel caso in questione, l’uso delle forbici.

Bravo, sicuro, capace, non tentenna, e anche se non procediamo all’asciugatura e messa in piega finale i miei occhi non credono a se stessi: un taglio di capelli degno di questo nome, un vero taglio di capelli!

Sono al settimo cielo, pronta a pagare la cifra che non oso immaginare, ma… mi ero dimenticata di aver accettato di fare anche la tinta. Che si fa ad un altro piano del mirabolante istituto, accompagnati e preceduti da tutto il minuetto a cui comincio ad abituarmi, per ritrovarmi impantanata in una ragnatela di zucchero filato su tutte le possibili sfumature di caramello, colore a cui non posso sottrarmi, essendo la tendenza di questo inverno e apportando quella luminosità e quel calore necessari dopo tanto grigio. Con la dolcezza si ottiene tutto, lo sapevate già, vero?
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Un’ora e venti minuti dopo, la sottoscritta, che non ha un capello bianco, ridiscende al piano terra con la testa di una sessantenne che non rassegnandosi alla canizie sfoggia impavida un orripilante color salmone fatto in casa. Il colore dico. Magari anche il salmone, a giudicare da una certa tonalità di avariato.

Colui che sa quel che fa sembra cogliere nel mio sguardo un certo disappunto, mentre loda la creazione della sua specialista del colore e anzi la chiama per complimentarsi di persona personalmente. Poi, in trionfo di zucchero e miele (si, il francese è la lingua più dolce e musicale che ci sia. Ma da qui a usarla come un’arma…) mi offre una séance di trucco gratuito. Il mio debole tentativo di sottrarmi viene preso come una pugnalata in pieno petto, non posso negargli questo onore, è per lui una questione personale che ogni cliente esca dal suo istituto al massimo della soddisfazione.

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Cappello in testa, uscendo dal parrucchiere, non mi resterà che alzare il viso verso il cielo e attendere che la neve mi bagni abbastanza da sciogliere quei quarant’anni di più che mi hanno pitturato in faccia, forse per far sembrare il color salmone più giovanile.

Tornando a prendere l’autobus decido di fare una veloce tappa in libreria, abbasta veloce da non dover togliere il cappello: trovo appena entrata “The Expats”, un thriller americano ambientato – questa sì che è una curiosa novità – in Lussemburgo.

Beh, ho trovato un parrucchiere capace di usare le forbici e un libro interessante, ora devo solo procurarmi una tintura fai da te per nascondere il salmone e tutto sommato la giornata non è andata così male.

Ma tu, Francesco, dove sei?

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5 pensieri su “Francesco, dove sei?

  1. Sulla strada lunga e impervia verso il lavoro, mi hai fatto ridere di gusto. In queste amare fredde e ancora amare giornate, la cosa è incommensurabile.
    Scrittura impeccabile, ca va sans dir:)

  2. Mi piacerebbe conoscere il nome di “Colui-che-sa-quel-che-fa”, perchè io, dopo 1 anno, uno “che-sa-quel-che-fa” non l’ho ancora trovato qui in Lux…

    • Ciao! Ti ho risposto in privato. Ma approfitto del tuo commento per copiare un passaggio dal non imperdibile thriller ‘Les expats’: 《Elle se coupa les cheveux. On croisait beaucoup de coiffures ratées au Luxembourg. Il était donc difficile de ne pas en être victime …》 Visto? Non siamo le uniche a dirlo! 🙂

  3. Pingback: La deriva ecologica | Che ci faccio io qui

  4. Pingback: Ci sono volte che io lo odio il Lussemburgo | Che ci faccio io qui

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