Malinconia d’aprile

Ma perché voi ‘emigrati’ non fate che raccontare quanto state bene, e però io sento sempre un sottofondo di malinconia nei vostri racconti?

Questa era più o meno la domanda che due anni fa mi ha fatto per email un amico.
Mail a cui ho sicuramente risposto, ma non ricordo cosa: la chiamano memoria selettiva, non vale la pena di ricordare tutte le banalità che si dicono. Ma la verità è che quella domanda mi è rimasta dentro per due anni, sotto pelle, in mezzo ai pensieri, a metà respiro.

Perché anche se sto bene, anche se non tornerei indietro, anche se lo rifarei ancora, perché questo sottofondo di malinconia che percorre le mie giornate?

C’è la lingua.
Ti manca la tua lingua madre, abbastanza da ritrovarti a scrivere un blog. E’ una fatica costante, sottile ma costante, smetti anche di pensare nella tua lingua, o almeno ti sembra, e questo ti snatura: non sei più tu, sei un’altra persona, cambiano i tuoi processi logici, cambia l’immagine che dai di te, cambiano i tuoi tempi di reazione, cambia la tua posizione gerarchica nei rapporti sociali. E’ una scarpa un po’ stretta, un pantalone con la cucitura che dà fastidio, è il pizzico della lana attraverso la camicetta. E’ un niente, ma non ti abbandona mai, e ti spinge a frequentare connazionali.
Magari passa, dopo un po’.
Dopo quanto? Quando lo scopro, ve lo dico.

C’è lo spaesamento.
Tanto più forte in un paese che di fatto non ha una vera identità linguistico-culturale: non sei più dov’eri abituato a stare, e le speranze di integrazione sono bassissime. Sei altro, sei altrove, frequenti altri ‘altri’ capitati nello stesso altrove, condividi il disagio, fai amicizie, ma rimani straniero tra stranieri. Questo probabilmente sarebbe diverso se fossi in un altro tipo di realtà, o forse no.
L’essere straniera comunque mi piace, ma questa è un’altra storia.

Ma il punto è che tu non ci sei.
Non ci sei più. In quella che era la tua vita, l’aria che respiravi, tu non esisti più.
I tuoi amici storici, quelli rimasti dove tu eri prima, si lasciano si riprendono e tu lo scopri mesi dopo, cambiano lavoro progettano di cambiare casa e tu lo saprai il prossimo Natale.
Le grandi notizie ti arrivano, certo, ma tu non ci sei.
Tuo fratello si fidanza e tu lei non la conosci nemmeno. Alla cena per festeggiare il concorso vinto tu non c’eri. Non c’eri (con grande invidia di chi invece suo malgrado c’era) quando tuo cognato ha litigato con metà famiglia, non c’eri quando tua sorella ha sbaragliato da sola le armate nemiche, non c’eri quando è nato il tuo primo nipote, non c’eri. Capita che al telefono si dimentichino di dirti qualcosa, capita che tu decida di non telefonare alla tua migliore amica quando stai male perché avresti troppa voglia di vederla e allora è meglio non sentirla.

Poi capita che una nuova amica, che con te condivide tutto questo, un giorno ti dice che se ne va, cambia di nuovo città e nazione, va via.
E tu fai a botte con te stessa, ti prendi a schiaffi da sola (prima col pensiero, poi in privato sarai tentata di farlo anche fisicamente), ti insulti e ti deridi, è la tua te di prima che insulta e deride la tua te di adesso ma anche quest’ultima non ci va giù tenera con se stessa, e ti vergogni e non puoi credere di esserti ridotta così.
Ma per quanto ti vergogni e cerchi di negarlo la verità è che avresti voglia di piangere, è che ti senti tradita e abbandonata, è che non vuoi che la tua nuova amica se ne vada, e invece di partecipare ai suoi nuovi progetti, invece di condividere le sue nuove sfide, vorresti tagliare i ponti, chiuderti a riccio, e guardi finalmente in faccia quel sottofondo di malinconia.

Si chiama solitudine.

Ti manca la tua famiglia, ti mancano le tue amicizie, ti manca, a volte, la terra sotto i piedi.
E ti spaventa l’importanza che alcune, poche, persone hanno rapidamente assunto nella tua nuova vita, il bisogno infantile di credere che loro resteranno per sempre.

Lo so che sono io ad essere andata via. Lo so che sono contenta di averlo fatto. Però mi mancate. Tanto.

E mi mancano “quei sabati e domenica d’aprile, a Roma, quando sembra che il mondo sia felice e che non verrà mai un lunedì di pioggia”.

(Una cartolina vera con ritratto del granduca – imperdibile, vero? – inviata in omaggio a chi indovina per primo da dove è tratta l’ultima frase.)

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3 pensieri su “Malinconia d’aprile

  1. Non so a dove sia tratta l’ultima frase ma conosco le snsazioni di cui parli. Malinconia, nostalgia, straniera tra stranieri…
    Quel che mi fa più strano è proprio l’ultimo punto. Ci abitueremo, forse…

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