Ci sono volte che io lo odio il Lussemburgo

Lo so, me la sono andata a cercare.

Mea culpa mea culpa me grandissima culpa.

meaculpa

Ma colui che sa quello che fa oltre a essere caro è anche molto impegnato, e bisogna prendere appuntamento almeno tre settimane prima.
Almeno.

Invece io ho un rapporto asincrono con lo specchio, nel senso che quando realizzo che l’immagine che mi rimanda è in condizioni disperate lui – lo specchio – è in realtà già da un po’ che cerca di farmelo notare, senza grande successo.
Il mio cervello elabora alibi e autoassoluzioni alla velocità della luce quando si tratta di questioni estetiche, è talmente rapido che io quasi non me ne rendo conto.
Lascio passare le settimane pensando più o meno inconsciamente che boh forse non li ho lavati ieri, devo fare più attenzione quando li asciugo, forse era meglio l’aceto rispetto all’acido citrico (ah, si, ci sono state evoluzioni cosa credete, la piccola ecologa che è in me mica latita), magari riprovo quello shampoo all’argilla (beh? ho detto argilla, sempre roba ecologica no?), devo aver avuto il sonno agitato stanotte, mannaggia stamattina è più tardi del solito, che invidia quelle che hanno tantissimi capelli e ricci, ma perché non lo tolgo questo specchio che non serve a niente.

Poi arriva il giorno in cui mi arrendo all’evidenza: devo andare dal parrucchiere.
Telefono.

Come sarebbe a dire il primo appuntamento possibile di sabato è tra un mese?
E alle nove e mezza del mattino?
A parte il fatto che un’urgenza e non posso aspettare un mese comunque è sabato, aprite più tardi e chiudete più tardi no? alle nove e mezza del mattino?!?

Tra un mese.

Lo so, ho telefonato di sabato mattina sperando di trovare un buco per il giorno stesso.

Ma ho bisogno di un parrucchiere.
Oggi.
E passando poco dopo davanti a uno che non ho ancora provato, ci provo.
Entro, chiedo.
È mezzogiorno.
Non c’è nessun/a cliente.

Dite che avrei dovuto insospettirmi?

La tipa che mi prende in consegna è una spilungona mora e francese, che come prima cosa mi propone una patine.
Quoi? Une patine, m’dame, une patine.
T’ho sentito, bella, è inutile che ripeti, trova un sinonimo fai una perifrasi dillo con parole tue. Anzi no, qualsiasi cosa sia la patine, io vorrei solo una spuntatura, niente di che eh? Giusto ricondurre i capelli a una parvenza di ordine, ok?

coiffure4

 

È stata la peggiore esperienza della mia vita, se non proprio la peggiore sicuramente la seconda. La prima ve la risparmio.

È partita in sordina, complimenti per i begli occhi/lineamenti/lobi delle orecchie/qualsiasi cosa ma non dirmi che non sono gentile.
Poi, non so come, ha cominciato a parlare di ebrei.
Che sarebbero ovunque.
Che impedirebbero alle persone normali (?) di fare il lavoro che amano.
L’artista per esempio, c’è un’artista che le piace? Un attore un regista un cantante un comico?
Azzardo il primo nome che mi viene in mente, una comica francese.
Zac! Lo sapevo. È ebrea, ne sono sicura.
Cioè lo sa per certo?
No, non ne ho la più pallida idea, ma lo è sicuramente, sennò non sarebbe famosa.
Non fa una grinza.
Io si però.
Perché lo ‘zac’ di prima non era figurato.
Erano le forbici. Sui miei capelli.

E mentre il delirio antisemita si fa sempre più concitato le forbici falciano a caso, non oso pensare cosa siano diventati i miei capelli ai suoi occhi, vorrei fermarla, le forbici e anche quello che dice, andarmene, anche darle un cazzotto magari..
Ma ho paura a muovermi. Temo per le mie orecchie, mi vedo già sfregiata.

Poi, si calma. Mi guarda.
Ha visto? Mi dice.
Io so valorizzare la morfologia del cliente.
Adesso si che il suo viso è messo in risalto.

Effettivamente.

L’assenza di capelli fa risaltare il viso.
Quasi non si nota quel buco sulla tempia sinistra.
E poi perché ostinarsi con la frangia, quando si può tagliare alla radice? In maniera irregolare, però, è arte dopo tutto.
Sa, mi dice, io amo dire che non faccio tagli di capelli ma sculture capillari.
Mi viene in mente Ian Solo nel blocco di grafite.

iansolo
Ecco, coiffeuse che mi domando come fai ad essere ancora in vita, io ti metterei nella grafite e poi ti userei per giocare a freccette.
Cosa? 40 euro? Li dai tu a me per evitare che torno con la mazza da baseball?

Ma perché non sono cintura nera di karate?
Perché non sono una collerica e violenta?
Perché le risposte argute e feroci mi vengono in mente solo dopo?
Perché ho pagato e sono uscita salutando e – non ci posso credere – RINGRAZIANDO?

Ci sono volte che io lo odio il Lussemburgo.

kill

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3 pensieri su “Ci sono volte che io lo odio il Lussemburgo

  1. Oh madre!!!
    Quando ti tagliano i capelli con le natiche è sempre un trauma (successo anche a me…e dire che avevo mostrato la foto di come li volevo ed era semplicemente un taglio scalato…e invece mi son ritrovata stile paggetto…ma fatto male!).
    Quando a ciò si aggiunge una lezione magistrale di stupidità umana però è da denuncia!

  2. In Lussemburgo si riescono a trovare parrucchieri che parlano Italiano? Io sto costruendo un servizio a Zurigo che ti permette di trovare professionisti che parlano la tua lingua.

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